Ammiro il maestoso rosone circolare della basilica del Sacro Cuore. Il suo occhio centrale ha lo sguardo di sempre.
Ma questa volta… complici una sottile pioggia e una brezza leggera, esso raggiunge il mio intimo con un’insolita indulgenza.

Varco il suo portale, superando atrio e acquasantiera. Il suo interno è pervaso dal solito silenzio.
Ma questa volta… un’eco in lontananza, prodotta dalle movenze del vicario che sistema il messale sul leggio dell’altare, ne permea con esso l’atmosfera.

Striscio la capocchia del cerino sulla ruvida superficie della scatola per produrre la fiammella necessaria ad accendere un lumino e la vampata di antimonio e di potassio in quell’istante sprigionata, ha un afrore inconfondibile al mio olfatto.
Ma questa volta… non ne basta uno e neanche un secondo, poiché l’umidità di questo uggioso pomeriggio ne ha alterato la consistenza.

Mi addentro nel santuario lungo la navata centrale e ritrovo il legno lucido dei trentasei banchi che si specchiano su quelli opposti in una simmetria secolare.
Ma questa volta… un uomo piange all’undicesima fila e un’anziana signora sorride alla quarta.

Mi giro e volgo il mio sguardo al grande organo a canne sospeso al di sopra del nartèce. Alle sue spalle, la parte interna del rosone, coi sinuosi disegni nel grande cerchio vetrato e la sua luminosità cromatica: ciano, magenta e bianco.
Ma questa volta… l’occhio interno della basilica ha più morbidi
contrasti, e permette a chi sta dentro di percepire il cielo greve che sta fuori.

Proseguendo, aldilà dei cilindrici pilastri, l’orientamento ha un che di sempiterno. Nella navata destra i confessionali e a seguire la porta laterale e la cappella dell’apparizione di San Michele arcangelo, nell’importante opera di Vittorio Trainini da Brescia. In quella sinistra la statua di Santa Rita, monaca agostiniana delle cause impossibili, con la stigmata sulla fronte, la croce in mano e le rose ai piedi. Più avanti, la via crucis e poi l’altare di Maria bambina.
Ma questa volta… la statuetta della pargola in fasce è stata sostituita dopo un periodo di giacenza a causa di un atto vandalico. E nemmeno la giovane vergine lignea dai tratti morbidi e misericordiosi è ormai più dove era. Ma fortunatamente, lei è salva. In preghiera e col rosario pèndulo. Risparmiata da folli e inconcepibili gesti.

Ed eccomi nel fulcro del santuario, per mirare l’opera che più di ogni altra lo identifica. La magnifica e armoniosa raffigurazione dalla mano esperta del già citato Trainini in un imponente affresco che satura l’intera abside della basilica, al di sopra del coro e dell’altare: il sacro cuore di Gesù, ben visibile nel petto di un cristo dai tratti generosi, in una nicchia dorata sotto lo sguardo del padre, dello spirito santo e di due angeli con la tromba. Altre anime beate ne completano i contorni in contemplazione.
Ma questa volta… la polvere di arcobaleno che il risorto dispensa dalle mani sembra avere colori diversi, più vividi, meno sfumati. Che sia di nuovo da imputare alle fioche infiltrazioni di luce dall’esterno?

Ventisei gradini dal transetto destro portano alla cripta diocesana, dove riposano gli otto vescovi dipartiti nella sua storia. I monsignori Lachat, Molo, Peri Morosini, Bacciarini, Jelmini, Martinoli, Corecco e Torti.
Ma questa volta… mi soffermo in particolare ad immaginare cosa si dicono, nei lunghi silenzi delle loro giornate insieme.

Riguadagnando lentamente l’uscita, ripercorro come di consueto la navata centrale, per godere ancora il più possibile della sua bellezza avvolgente.
Ma questa volta… mi fermo un ultimo istante sulla crociera, epicentro del santuario, col naso all’insù. L’interno della cupola è un’altra preziosa impronta dell’estroso artista bresciano, che con una moltitudine di santi quasi evanescenti, ne affolla il suo costrutto ottagonale attorno al culmine e ai luminosi raggi della stella sovrastante. E sempre con la testa verso l’alto, posso aggiungere che… questa volta è in ogni senso del termine una bellissima volta.

La basilica del Sacro Cuore, la chiesa dei luganesi.
Un magnifico rifugio sempre uguale. E sorprendentemente nuovo.


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