Quasi ogni sera, con l’aiuto di un cuscino comodo e delle fatiche della giornata, potevo ottenere una tregua dalla consapevolezza. Un’interruzione di qualche ora in attesa che la mia strada fosse nuovamente illuminata dalla luce naturale. La prima del mattino, quella che ha in sé tutto il profumo di un tempo ancora generoso.
Talvolta, per contro, come alla vigilia di un intervento chirurgico, di un esame o di un incontro importante, il sonno tardava ad arrivare. E allora pensavo a tante cose. E i minuti erano lunghi, per non parlare delle ore. Poi, l’ostacolo superato, il passare oltre e quella piacevole sensazione di avere ancora tempo.
Nella frenesia della partenza per un’agognata vacanza, mi capitò di essere assalito da futili dubbi di natura pratica, come il famigerato “gas spento”. Recitando il vecchio adagio “chi non ha testa ha gambe”, tornai a casa per tranquillizzarmi. Un po’ di ritardo sulla tabella di marcia, una mezza arrabbiatura e la preoccupazione si dissolse in un respiro. E tutto di nuovo davanti, con il tempo ancora alleato.
Non ho mai dimenticato, a scuola, la spasmodica attesa per la pubblicazione della lista dei diplomati. Ora vedo la scintilla potente e colma di speranzoso ottimismo che esprimevo con gli occhi nel leggere il mio nome. E risento quel brivido che rende liberi e nuovamente padroni del proprio tempo. Erano tutti piccoli viaggi. Ce ne sono a migliaia. Avevano in comune il delicato equilibrio tra il tempo e le emozioni. Solo ammirando il grande disegno nel suo insieme ne comprendo finalmente il senso e la bellezza. Il guaio è che per tutta la mia vita ogni singolo evento si è presentato in apparenza scollegato e univoco.
È paradossalmente pieno di vita quest’ultimo viaggio. Quanto tempo sprecato a temerlo. Sola andata? Forse solo ritorno.